Educazione alla Pace

Testimonianze

Sito in costruzione

Sito in costruzione 
Alcune sezione potrebbero risultare ancora non complete.

Il sito non viene visualizzato correttamente con Internet Explorer 6, ci stiamo lavorando...

Hezbollah

La storia di Hezbollah, il suo successo politico ma anche la capacità di mobilitazione militare, che nel 2000 portò al ritiro di Israele dal territorio palestinese, si spiegano con una strategia di penetrazione sociale che sin dall'inizio ha puntato a impegnare gli sciiti in una “guerra santa” prolungata e costosa. In cambio gli Hezbollah si sono occupati della loro comunità, il 40% della popolazione, 1,2 milioni di persone. L’anello più importante nella catena di società, enti e gruppi che fanno capo a Hezbollah resta, infatti, la Fondazione dei Martiri o Shahid. Altro esempio è La Fondazione Jihad al-Bina, lo Sforzo della Costruzione, che si occupa dei quartieri dei diseredati e della distribuzione di acqua potabile a 500mila abitanti della periferia.
La protezione dei “diseredati” è affidata al Comitato Khomeini che assiste più di centomila persone e finanzia più di duemila borse di studio l'anno.
Guardando più in particolare alla Fondazione dei Martiri: questa, fondata da Khomeini, oggi è guidata da Mohammad-Hosein Rahimiyan, ma si può affermare che Khamene’i ha di fatto il controllo diretto della Fondazione dei Martiri proprio attraverso Rahimiyan.

Come sosteneva Khomeini: «Se il popolo non abbandona la Rivoluzione ma la difende e la vive giorno per giorno con il lavoro e il sacrificio, se la figura del martire è l'ideale supremo della nazione, il governo islamico non abbandona i suoi figli migliori e i loro cari a se stessi».
La Fondazione dei Martiri aiuta moralmente e materialmente quelle famiglie rimaste prive di sostentamento per la scomparsa dei combattenti o per l'invalidità permanente che fa di loro “martiri viventi”. Questi quindi possono esser certi che la loro morte non ridurrà in miseria genitori, mogli, figli. Oggi la Fondazione conta 350 uffici e 30.000 dipendenti. Possiede 68 industrie, 75 agenzie commerciali, 21 compagnie edilizie, 17 imprese agricole, terreni e beni immobili.

Nonostante le fondazioni vengano qualificate come Enti senza scopo di lucro, sono tutte coinvolte in numerosissime attività di natura commerciale. Dalle Fondazioni dipendono i sussidi distribuiti ai diseredati, alle famiglie delle vittime della guerra Iran-Iraq: esse hanno la funzione di uffici di collocamento, soprattutto per pasdaran e basiji in pensione. Sono divenute, quindi, una sorta di sistema sociale permanente che forma la base del consenso al regime. Esse godono di ampi favori fiscali, tra cui la non imponibilità degli utili, nonché di prestiti agevolati e donazioni, di indipendenza nel commercio estero.
Le Fondazioni esistenti in Libano, inoltre, sono legate ai mercanti del bazar attraverso il Consiglio Islamico di Coalizione guidato da Asgar-Oladi, personaggio eminente del gruppo politico islamico-iraniano Al-Motalefeh che sostiene Rafsanjani. Ciò mette in luce lo stretto rapporto che intercorre tra Fondazioni e famiglia Rafsanjani. Grazie a questi legami Rafsanjani controlla gran parte del commercio con l’Asia ed accede ad un’ingente frazione degli introiti della vendita del petrolio.

 

Il “caso Al Manar” 

La televisione Al-Manar è stata fondata dagli Hezbollah nel 1991 a Beirut con pochissimi mezzi, ma riesce a trasmette dal Libano solo a partire dal 2000, momento del ritiro delle truppe israeliane dal sud del Paese e dell’affermazione di Hezbollah come partito politico.
La propaganda del “Partito di Dio” oggi viene comunicata a tutto il mondo arabo e non solo: attualmente raggiunge anche l'Inghilterra, la Germania e la Francia (che ha deciso di bandire la televisione libanese il 14 dicembre 2005). Una decisione presa dopo le accuse di propaganda antisemita mosse loro dal Conseil Audiovisuelle Français (CSA). Pochi giorni dopo, il 17 dicembre dello stesso anno, una simile decisione è stata presa anche dagli Usa, che hanno inserito la stazione televisiva in una “lista nera” per avere “incitato alle attività terroriste”.
Nella homepage del sito web della televisione legge questa definizione: «Hezbollah è un movimento di lotta islamico». Ed ancora si legge: «Una TV Libanese che mira a preservare gli ideali islamici e valorizzare il ruolo civilizzatore della comunità araba e islamica. Al-Manar è il primo ente arabo a mettere in atto una guerra psicologica efficace contro il nemico sionista. Le questioni politiche, culturali e sociali sono di speciale importanza per i programmi della stazione. Ma più importante di tutti è la lotta al nemico sionista.»
In effetti, ogni trasmissione dell’emittente libanese è immediatamente seguita da appelli per colpire gli ebrei e i loro sostenitori, dovunque si trovino, e dall'esaltazione sistematica degli attentati terroristici non solo degli Hezbollah ma anche di Hamas e di altri gruppi. Non è da sottovalutare, inoltre, che Al-Manar ha milioni di telespettatori. Lo studioso Avi Jorisch nella sua ricerca su Al-Manar, La fabbrica dell'odio, ha concluso che la televisione degli Hezbollah è una macchina per fabbricare non antisemiti “culturali” ma terroristi pronti a passare all'azione.
La tv ha un'identità in bilico fra fonte sciita d'informazione e organo militare del “Partito di Dio”: essa propone sia sceneggiati televisivi che trasmissioni “culturali” in cui traspare un’ideologia antisemita. La televisione araba sostiene anche- ed è un altro tema ricorrente della sua programmazione - che l'attentato dell'11 settembre è stato organizzato dal Mossad israeliano (ovvero l'agenzia di intelligence ed un servizio segreto dello Stato di Israele) d'intesa con la CIA per permettere a Bush di invadere l'Afghanistan e l'Irak.
Al Manar è la terza emittente del Libano, ma soprattutto dopo i bombardamenti è diventata quarta negli ascolti all'estero fra tutte le tv arabe, dopo giganti come Al Jazeera e Al Arabiya.
Al Manar è un fenomeno interessante non solo in se stesso, ma soprattutto perché ha mostrato tutta l’ampiezza del problema creato da una situazione inedita in cui le televisioni provenienti da Paesi terzi - rispetto all’Unione Europea - pongono problemi in quanto non rispettano la legislazione a livello comunitario o degli Stati membri (tra queste, ad esempio in Francia, oltre a Al Manar, le televisioni iraniane Sahar 1 e Al Alam).
La “questione Al Manar” è dunque emblematica e mette in luce tutte le problematiche che caratterizzano l’attuale settore audiovisivo a causa dei cambiamenti intervenuti al suo interno: il progresso tecnologico da un lato e il nuovo quadro giuridico dall’altro.

Ma si pone un’ulteriore riflessione, di natura giuridica e filosofica, sulle problematiche di fronte alle quali ogni Stato democratico si trova quando deve proteggere il diritto alla libertà di espressione e il dovere alla protezione dell’individuo (facendo il bilancio fra la prima e le sue restrizioni necessarie) soprattutto quando in gioco c’è il pluralismo culturale.