Durante la guerra in Bosnia ed Erzegovina le forze serbo-bosniache riuscirono a compiere uno dei peggiori genocidi, il massacro di Srebrenica avvenuto l’11 luglio 1995. Era l’estate del 1995 e la guerra in Bosnia stava per finire. La città di Srebrenica, un’enclave musulmana protetta dai Caschi Blu dell’ONU pesto cadrà nelle mani del generale Mladić. Nonostante Srebrenica fosse “zona di sicurezza”, ciò non impedì ai serbi di entrare nella città il 9 luglio 1995, superando diversi avamposti dell’ONU presidiati da soldati olandesi e prendendo trentadue di loro in ostaggio. Il comandante olandese, chiese con urgenza l’incursione aerea della Nato, ma la richiesta fu trasmessa a Zagabria, dove i funzionari dell’ONU lasciarono passare alcuni giorni per valutarla. Mentre l’assedio della città era duro e spietato, e la popolazione senza cibo e medicine, l’11 luglio aerei dell’Alleanza furono autorizzati ad entrare in azione, ma dopo aver colpito due carri serbi fu loro ordinato di sospendere l’attacco perché i serbi minacciavano di uccidere i trentadue soldati olandesi.
Oggi diventa difficile credere che improvvisamente il 30 maggio 1995 l’ONU dichiarò che le forze di interposizione dei Caschi Blu in Bosnia dovevano farsi da parte. Una scelta che permise ai serbi di iniziare a bombardare la città, mentre i Caschi Blu erano obbligati al non intervento.
La caduta di Srebrenica fu il momento più buio della storia dell’impiego dell’ONU in Bosnia. Mentre i Caschi Blu olandesi stavano a guardare, i serbi avevano separato tutti gli abitanti maschi della città dai 12 ai 77 anni e li portarono via, invece le donne, i bambini, i vecchi ed i malati furono espulsi dalla regione. Oltre 13.000 finirono ammassati in un campo per i rifugiati nelle vicinanze dell’aeroporto di Tuzla. Due generazioni per un totale di 10.000 uomini, tra i 12 e i 77 anni, furono uccisi dalle truppe serbe di Mladić. Divisi in gruppi di centinaia venivano trasportati a bordo dei camion nei centri vicini di Bratunac, Zvornik e Kravica, dove venivano massacrati e sepolti in fosse comuni in gran segreto.
Srebrenica è il più grande massacro avvenuto in Europa dalla fine della seconda guerra mondiale, e rappresenta la vittoria dei nazionalisti e la sconfitta delle Nazioni Unite. All’epoca, l’incaricato per i diritti umani dell’ONU Mazowiecki definì l’azione serba “una violazione molto seria e su scala enorme dei diritti umani, descrivibile solo con la parola barbarie: attacchi alla popolazione civile, uccisioni e stupri”. La città di Srebrenica svuotata dei propri abitanti viene presa d’assalto da famiglie serbo-bosniache, quasi tutte profughe a loro volta che alterarono la composizione e la cifra etnica della cittadina. Le autorità serbo-bosniache e jugoslave inizialmente avevano negato quanto accaduto. Fino ad oggi circa 6.400 vittime sono state ritrovate tra i boschi e i vicini comuni. Uno sterminato cimitero musulmano e un maestoso monumento alla memoria, presso Srebrenica, inaugurato nel 2003, ne ha sepolti tantissimi mentre tanti altri corpi esumati aspettano ancora i risultati per essere ufficialmente identificati. I responsabili della strage negli anni successivi al compimento del genocidio fecero di tutto per nascondere le prove, svuotando molte fosse originarie e riseppellendo i cadaveri frazionati in più fosse disseminate in un arco di cinquanta km da Srebrenica.
Dal punto di vista processuale Carla del Ponte (l’ex Procuratore del Tribunale Penale Internazionale per l’ex Jugoslavia) sosteneva l’accusa di genocidio non solamente nei confronti di Ratko Mladić e Radovan Karadžić, dirigenti dei serbo-bosniaci rispettivamente responsabili dal punto di vista militare e politico, ma anche di Slobodan Milošević. Dal punto di vista storico su Srebrenica, secondo Carla del Ponte, oggi tutto è chiaro, dal momento che i due ufficiali serbi M. Nikolić e D. Obrenović hanno deciso di rompere il silenzio e raccontare nei dettagli ai giudici di come migliaia di persone sono state uccise nei giorni tra l’11 e 19 luglio e sepolte in fosse comuni. I pochi sopravvissuti hanno testimoniato di fronte ai giudici.
Quello che resta da sapere su Srebrenica è soltanto la verità politica, ossia perché le forze internazionali dei Caschi Blu presenti nella città non hanno combattuto? Per questo non serve il Tribunale dell’Aja, né le inchieste del governo olandese, ma servirebbe un’ampia inchiesta internazionale che facesse testimoniare l’inviato dell’ONU Akashi ed il comandante dei Caschi Blu Janvier Solana. Le forze serbo-bosniache sono responsabili di migliaia di massacri, uccisioni e violenze. Tuttora a distanza di anni vengono scoperte tante fosse comuni, il cui numero a volte è sconosciuto, come il nome delle vittime. Le fosse comuni rappresentano un crimine anche contro i vivi, che da oltre dieci anni non trovano pace, perché non riescono a ritrovare i loro cari.