Roux osserva che “sulla natura delle pratiche denunciate dagli osservatori CEE, delle Nazioni Unite e delle organizzazioni umanitarie in Bosnia ed Erzegovina, non esistono dubbi, anche se tanti aspetti particolari non sono conosciuti. Gli indesiderabili vengono individuati e segnalati sulle liste, una parte di loro viene arrestata e internata nei campi, su altri vengono esercitate pressioni per indurli ad allontanarsi dopo avere, per iscritto, rinunciato ai loro beni ed essersi impegnati a non fare ritorno. Militanti e delatori collaborano in questa azione, incoraggiata e in qualche modo giustificata dai partiti politici al potere. L’ampiezza della “purificazione etnica” e la celerità della sua applicazione fanno supporre che si tratti di un piano concertato, concepito nelle sue linee essenziali da coloro che lo hanno promosso, e quindi strettamente connesso alla componente nazionalistica della loro cultura”.
La Bosnia ed Erzegovina fu colpita dalla pulizia etnica, dalle crudeli sofferenze imposte alla popolazione civile, dal disprezzo manifestato per l’arte e la cultura in tutte le sue forme. L’aggressione serba, e poi quella croata, sul territorio bosniaco si caratterizzava per le offensive che avevano la stessa natura: fin dall’inizio si trattò di una guerra contro i civili, sistematicamente colpiti come bersaglio bellico essenziale. Il bersaglio prescelto dai miliziani serbi, durante l’intera offensiva, sono state le popolazioni civili indifese, e non tanto le armate avverse. Sono stati i cittadini e le strutture urbanistiche di Mostar, di Sarajevo, di Srebrenica e di Goražde.
Bogdan Bogdanović, ex sindaco di Belgrado, parla non solo di genocidio, ma di urbicidio, e descrive il rito del massacro delle città che caratterizzò le guerre balcaniche. Come egli osserva, “il gesto dell’aggressore ricorda quello di un folle che gettasse del vetriolo sul volto di una bella donna, promettendogliene uno nuovo, ancora più bello, dove una speciale cultura delle città doveva essere annientata per edificare, al suo posto, ideali città monoetniche, interamente rifatte e riempite di popolazioni civili di ricambio”. Sono stati i principali attori della guerra a convincerli di un futuro migliore in uno stato etnicamente puro.
Si ricorda brevemente che sin dagli inizi della guerra i serbi si erano assicurati il controllo del 70% del territorio della Bosnia ed Erzegovina, accompagnata a sua volta da un’usurpazione progressiva del potere politico a cui seguì una massiccia campagna di pulizia etnica, realizzata anche attraverso il massacro delle popolazioni civili. Presto nascono dei campi di sterminio per le etnie indesiderate, organizzati nelle zone a controllo serbo, permettendo ai serbi di controllare alla fine del 1992 il 70% del territorio bosniaco, di cui il 50% era costituito dalla popolazione musulmana. Soltanto dopo i massacri di Srebrenica nel 1995 il controllo serbo si ridusse al 50%. Lo stesso processo di pulizia etnica si è avuto in misura e forme diverse su tutto il territorio bosniaco, ed il genocidio non ha riguardato soltanto la popolazione musulmana, ma tutti gli altri popoli costretti all’allontanamento, i quali pagarono il prezzo più alto nella realizzazione del progetto della Grande Serbia.
Durante la guerra le strategie erano diventate sempre più brutali, l’attacco programmato alla dignità personale costituiva una caratteristica costante, uno degli strumenti bellici regolarmente utilizzati soprattutto dalle autorità politiche e militari serbe. In questo senso l’assedio di Sarajevo, durato più di mille giorni, costituisce un caso particolare, in quanto le milizie serbo-bosniache e l’ex armata jugoslava miravano non soltanto a distruggere e uccidere, per costringere il governo bosniaco alla resa, ma soprattutto a maltrattare e umiliare, dilaniando in tal modo l’integrità fisica e psichica delle persone. L’urbicidio non è soltanto la distruzione delle città, delle sue mura e dei suoi palazzi, o l’uccisione dei suoi cittadini, piuttosto si tratta della distruzione di quel senso civico di cui la città è simbolo per eccellenza. Ma c’erano anche dei militari-architetti che distruggendo Vukovar fantasticando nuove costruzioni urbanistiche, i quali bombardando si immaginavano “una Vukovar celeste ricostruita in uno stile serbo-bizantino che non era mai esistito”. La guerra in Bosnia ed Erzegovina ha lasciato tracce terribili non tanto per la distruzione delle città e dei villaggi, quanto per la perenne battaglia combattuta dalle donne, dai bambini e dai sopravvissuti ai campi di sterminio.