Storia del conflitto: La guerra in Afghanistan iniziata nell’ottobre 2001, poco dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 contro gli Stati Uniti, segna l'inizio della guerra al terrorismo il cui obiettivo principale è quello di catturare il leader di al-Qā’ida, Osama Bin Laden. L'Alleanza del Nord, formata dai gruppi afghani ostili ai Talebani, ha fornito la maggior parte delle forze di terra, mentre gli USA e la NATO hanno fornito, nella fase iniziale, supporto tattico, aereo e logistico. Nella seconda fase, dopo la riconquista di Kabul, le truppe occidentali hanno aumentato la loro presenza anche a livello territoriale. Scopo ufficiale dell'invasione è di distruggere negando al-Qā’ida, la possibilità di circolare liberamente all'interno dell'Afghanistan attraverso il rovesciamento del regime talebano.
Parti in conflitto:
- al-Qā’ida
- Talebani
- NATO
- Alleanza del Nord
- Afghanistan
Storia del conflitto: Conosciuto sin dai tempi dell’Impero britannico come Paese indipendente e guerriero, l’Afghanistan ha una lunga storia che si dipana nei secoli. Una storia di appetiti, quasi sempre insoddisfatti, dei suoi potenti vicini. Crocevia dell’Asia centrale, «porta» tra il Medio Oriente e il subcontinente indiano, l’Afghanistan si trova infatti, da sempre al centro di conflitti che arrivano ai giorni nostri. In seguito alla rivoluzione filo-sovietica del 1978, l'Afghanistan precipitò nel caos. Il suo governo filo-comunista e antireligioso era inviso ai movimenti popolari islamici dell'Iran e del Pakistan e ben presto le turbolente tribù afgane gli mossero guerra. Una seconda rivoluzione portò alla nascita di un regime ancora più orientato verso l'Unione Sovietica e seguì un altro periodo di anarchia. L'Urss decise di intervenire e dopo una rivoluzione 'popolare', nel 1979 fu installato a Kabul un governo fantoccio sostenuto dall'esercito sovietico. Fu allora invocata la jihad islamica e sorsero sette fazioni di mujaheddin. I sovietici si trovarono presto impantanati in quello che è stato definito “il Vietnam della Russia”. La guerra si trascinò fino agli anni '80. I guerrieri delle tribù afghane continuarono a essere disorganizzati e mal addestrati, ma la loro determinazione e il loro indubbio coraggio iniziarono a essere sostenuti da una dotazione di armi moderne: la Cia spese fino a 700 milioni di dollari all'anno nel conflitto, con una delle più vaste operazioni segrete della sua storia. Ben presto i sovietici si ritrovarono ad avere soltanto il controllo delle città, che rimasero progressivamente isolate a causa delle imboscate tese ai convogli stradali e dei missili terra-aria lanciati contro gli aerei. Alla fine degli anni '80 la perestroikadi Gorbaciov consentì al popolo russo di esprimere il proprio parere: la gente voleva la fine della guerra. Il conflitto con l'Afghanistan era costato la vita a 15.000 Sovietici, aveva provocato un'ondata di nazionalismo nelle repubbliche dell'Asia centrale e contribuito in modo significativo al crollo dell'Urss. Più di un milione di Afghani avevano perso la vita nella guerra e 6,2 milioni di persone, più della metà del totale dei profughi di tutto il mondo, avevano lasciato il Paese. L'Afghanistan era ancora una volta ridotto a un cumulo di macerie. Il ritiro delle truppe sovietiche, nel 1989, indebolì il governo del presidente Najibullah, che godeva dell'appoggio dei russi. Nel tentativo di mettere fine alla guerra civile, Najibullah propose un governo di unità nazionale, ma i mujaheddin rifiutarono. Nel 1992 Najibullah fu estromesso dal potere e la settimana seguente a Kabul scoppiò un conflitto tra le fazioni mujaheddin rivali. Fu nominato un presidente ad interim che due mesi dopo fu sostituito da Burhanuddin Rabbani, fondatore del movimento politico islamico del Paese. I contrasti tra i guerriglieri continuarono, arrecando più danni di quanto avesse fatto l'occupazione sovietica. I due acerrimi rivali furono però costretti ad allearsi nel marzo del 1996 in seguito agli straordinari successi militari di un gruppo di combattenti islamici chiamati Talebani, di etnia pashtun ed appoggiati dal Pakistan. Nel 1994 si erano impossessati di Kandahar e nel settembre del 1996 entrarono a Kabul senza incontrare resistenza, poiché le truppe di Rabbani e di Kehmatyar erano già fuggite nel nord. L'ex presidente comunista Najibullah non fu altrettanto previdente e i talebani lo giustiziarono. I talebani riuscirono a controllare più del 90% del territorio afghano; l'unica resistenza significativa era quella opposta dal veterano mujaheddin tagiko Ahmed Shah Massud, ma lo assassinarono nel settembre 2001, qualche giorno prima degli attentati al World Trade Center di New York e al Pentagono. Nel 1998 gli Stati Uniti, guidati da George Bush, hanno bombardato alcune zone dell'Afghanistan sudorientale con missili Tomahawk nel tentativo di stanare Osama bin Laden, il multimiliardario dissidente saudita sospettato di aver ordinato il bombardamento delle ambasciate statunitensi in Kenya e in Tanzania nel 1998. Nello stesso anno l'Iran concentrò 100.000 soldati ai confini orientali in seguito alla grave tensione fra i due paesi provocata dall'assassinio di otto diplomatici iraniani a Mazar-i-Sharif. L'Afghanistan è nuovamente tornato alla ribalta dopo gli attentati terroristici a New York e a Washington del settembre 2001. Accusato dal mondo occidentale di ospitare colui che è ritenuto il principale responsabile, Osama bin Laden, il Paese viene bombardato a partire dal 7 ottobre da aerei statunitensi e britannici. Il 13 novembre le truppe d'opposizione, l'Alleanza del Nord, hanno occupato la capitale, mettendo in fuga i talebani. Il 25 novembre è stata presa definitivamente Kunduz e il 30 è caduta Mazar-e-Sharif. Con l'appoggio dei raid aerei alleati, l'alleanza del nord il 6 dicembre ha occupato Kandahar. Dopo ripetuti attacchi è caduta anche Tora Bora e gli ultimi talebani si sono arresi il 17 dicembre ma Osama bin Laden è scomparso. Il 20 dicembre le forze militari britanniche sono entrate a Kabul, otto giorni dopo sono stati raggiunti dai militari italiani. L'ex re, Mohammad Zahir Sha, è rientrato in patria il 18 aprile 2002 ed è proseguita l'ascesa di Hamid Karzai, il capo del governo provvisorio (era stato eletto il 22 dicembre 2001) che dal 13 giugno è il nuovo presidente. Tuttavia il Paese è ancora lontano dalla tranquillità. Nel 2002 l'Afghanistan è stato colpito da due terremoti. Il 3 marzo il primo sisma ha interessato la regione di Hindu Kush, a nord di Kabul, provocando la morte di circa 100 persone e lasciandone 500 senza casa. Il 25 marzo un altro terremoto ha devastato il nord del Paese, i morti potrebbero essere stati 5.000 (non esistono dati certi), 30.000 le case distrutte e la città di Nahirn è stata completamente rasa al suolo. Il 6 luglio due guerriglieri hanno assassinato Haji Abdul Qadir, il vicepresidente, e il 7 settembre Karzai è sopravvissuto a un attentato. Gli americani hanno bombardato, il 28 gennaio 2003, l'area di Ataghar che nasconde inaccessibili caverne usate, secondo l'intelligence, come basi dai terroristi. Nel gennaio 2004 dopo tre settimane di accesi dibattiti i 502 membri dell'assemblea plenaria delle tribù afghane, Loja Jirga, hanno approvato la nuova Costituzione. L'Afghanistan è una repubblica islamica, senza che vi sia alcun riferimento esplicito alla sharia. Si è dichiarato, tuttavia, che le leggi non potranno essere contrarie alla legge islamica. La forma di governo prescelta è una repubblica presidenziale con il potere del presidente limitato dall'affiancamento di un secondo vicepresidente con funzione di controllo. Il Parlamento (diviso in Camera alta e Camera bassa), ratifica anche le decisioni prese dal governo in materia di politica estera. Viene riconosciuta la parità di diritti tra uomini e donne di fronte alla legge. In ciascuna delle trentadue province almeno due donne dovranno essere elette nella Camera bassa del Parlamento. Vengono riconosciute le minoranze linguistiche che ricevono, in sede locale, pari dignità rispetto al dari e al pashto, le lingue ufficiali. Sarà impossibile fondare partiti su basi esclusivamente etniche, linguistiche o religiose. Le milizie talebane si sono riorganizzate lungo le zone di confine con il Pakistan e sferrano attacchi contro postazioni militari, strutture governative e organizzazioni umanitarie. Nel novembre 2008 è stato eletto quale nuovo presidente degli Stati Uniti d’America Barak Obama. Il presidente sembra intenzionato a definire tutta una serie di obiettivi precisi per misurare i progressi sul terreno. Un alto responsabile statunitense ha spiegato “L'obiettivo è chiaro, preciso e realizzabile: smantellare e vincere al-Qaeda e eliminare i suoi rifugiati in Afghanistan e Pakistan”. In Afghanistan l'amministrazione continuerà a parlare di sforzi multinazionali. E continueranno a esserci migliaia di militari e di persone della Nato». Il Washington Post scrive infatti, che la decisione di Obama di inviare altri 17.000 militari nel 2009 porterà il numero dei militari stranieri a quasi 90.000 unità, di cui più di due terzi saranno americani. Funzionari del governo Usa fanno notare anche che la nuova strategia che Obama nella gestione dei rapporti con l'Afghanistan e con il Pakistan porterà il numero di funzionari civili a salire di almeno il 50% a più di 900 unità. Il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama invierà infatti, in Afghanistan circa 4.000 esperti per la formazione e l'addestramento delle nuove forze armate afgane, nell'ambito della nuova strategia Usa. ‹‹Questa è la nuova realtà, ha fatto notare dunque il funzionario del dipartimento della Difesa, Vogliamo che i paesi alleati siano lì. Non vogliamo che la Nato fallisca. Ma, affinché la Nato possa avere successo, gli Stati Uniti devono prendere la guida››. Un aumento dei rinforzi, dunque, in Afghanistan e un ruolo crescente degli Stati Uniti nella gestione della missione. E' questa la direzione su cui la strategia di Obama punterebbe. Il tutto deve essere però inquadrato in quella “exit strategy” di cui lo stesso presidente Usa ha parlato. Il punto, infatti, ha detto Obama è che «non possiamo pensare che un approccio puramente militare in Afghanistan risolverà tutti i nostri problemi». Essendo l'”exit strategy” il possibile fine ultimo della strategia dell'amministrazione Usa, è lecito ritenere di conseguenza che l'aumento delle truppe in Afghanistan non sarà senza fine; anzi, come ha scritto Helen Cooper del New York Times, il fine è quello di «ritirare le truppe americane e della Nato dal Paese». In vista dell'obiettivo ultimo, è necessario comunque portare stabilità in Afghanistan. Per questo Obama pensa di ampliare anche gli aiuti diplomatici ed economici con rinforzi civili. Si parla inoltre di formazione accresciuta dell'esercito afgano, di dialogo con gli insorti e di rafforzamento degli aiuti al Pakistan.