· Motivazioni del conflitto: Guerra civile
· Storia del conflitto: Il conflitto arabo-israeliano dura da più di cinquant’anni ed è uno dei temi più discussi della politica internazionale.Le radici del conflitto risalgono al 1947 quando l’Assemblea dell’ONU vota la delibera che spartisce la Palestina tra ebrei ed arabi dando luogo alla creazione del nuovo Stato d’Israele. Le migrazioni ebraiche verso i territori palestinesi portano al malcontento tra i Paesi arabi che nel 1948 attaccano Israele dando luogo alla prima guerra arabo-israeliana. La rivendicazione e il controllo del territorio rappresentano la causa principale del conflitto arabo-israeliano.
· Parti in conflitto:
- Israele
- Palestina, Egitto, Siria, Giordania, Arabia Saudita, Yemen, Libano, Iraq
· Storia del conflitto: Il conflitto arabo-israeliano inizia con la nascita dello Stato ebraico nel 1948. Il rifiuto del piano di spartizione proposto dalle Nazioni Unite, “due Stati per due popoli”, porta all’attacco di Israele che riesce a difendersi e a ricacciare indietro le forze combattenti arabo-palestinesi. In seguito alla nascita dello Stato di Israele migliaia di palestinesi furono costretti ad abbandonare la propria terra e rifugiarsi nei Paesi arabi confinanti. Una nuova guerra nel 1967 portava Israele ad occupare Golan, il Sinai, la Cisgiordania e Gaza. Davanti al disastro militare dei Paesi arabi inizia a formarsi una coscienza palestinese che porta alla nascita dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina. Lo scopo principale era quello della rappresentanza dei palestinesi e l’indipendenza dai Paesi arabi. In realtà, l’OLP che si va a costituire è un soggetto legato alla Lega Araba e guidato da un notabile vicino a Nasser ed ai sauditi. Al Fatah comincia a rendere pubbliche le sue posizioni: la liberazione della Palestina diventa un affare palestinese e non può essere affidata agli stati arabi. I regimi arabi possono offrire aiuti, possono contribuire alla lotta con i loro eserciti convenzionali, ma sono i palestinesi a dover guidare la battaglia contro l’Israele, sull’esempio della lotta di liberazione algerina. Nel gennaio del 1965 Al Fatah inizia le azioni armate formulando la parola d’ordine dello Stato democratico in cui possono coesistere musulmani, ebrei e cristiani. Con questa enunciazione ruppe con il pensiero politico tradizionale arabo: invita gli ebrei ad unirsi alla lotta armata per la liberazione della Palestina e accetta che la maggioranza degli ebrei rimane nel futuro Stato democratico. Questo aspetto pur con i dovuti limiti aveva dei connotati positivi: rigettava le posizioni scioviniste di alcune organizzazioni nazionaliste arabe e della vecchia dirigenza dell’OLP, segnando il primo passaggio di un’evoluzione politica della resistenza che porterà all’accettazione di uno Stato palestinese in Cisgiordania. Per Al Fatah la via per realizzare l’unità araba passava attraverso la lotta per la liberazione della Palestina.
Nel 1967 scoppia la guerra dei Sei Giorni, conosciuta nella storia del conflitto arabo-israeliano come il terzo scontro militare. Il conflitto combattuto da Israele contro Egitto, Siria e Giordania si risolse in pochi giorni a favore di Israele che occupò la Striscia di Gaza, la Cisgiordania e Gerusalemme est. Il 1973 segna per gli israeliani la fine dell’illusione della normalizzazione nei territori occupati della Cisgiordania. Si affermava apertamente la coscienza nazionale palestinese. In Cisgiordania la repressione contro la resistenza armata fu dura, terribile e tremendamente efficace, accompagnata da punizioni collettive e da migliaia di arresti arbitrari, torture, che non fecero altro che aumentare l’odio verso l’occupante.
Le trasformazioni sociali ed economiche portano all’emergere una nuova élite più scolarizzata e nazionalista che puntava a scalzare i gruppi tradizionali coinvolti con il regno hashemita di Giordania. Il primo segno di questo cambiamento arrivò dopo uno dei raid israeliani, il 10 aprile 1973, quando un commando di truppe speciali sbarcarono presso Beirut e uccisero tre dirigenti dell’OLP nelle loro abitazioni. Nei territori occupati si svolsero numerose manifestazioni, le amministrazioni comunali protestarono, i giornali pubblicarono intere pagine di necrologi che testimoniava l’appoggio della popolazione. Per la prima volta compare la bandiera palestinese nelle manifestazioni dato che fino a quel momento era sempre stata utilizzata la bandiera giordana. Nel 1976 alle elezioni comunali nella Cisgiordania le liste che si riconobbero nell’OLP ottennero un grosso successo elettorale nonostante i tentativi dell’occupante israeliano e del Regno di Giordania di favorire elementi moderati o conservatori. Queste prese di posizione non furono senza conseguenza per i dibattiti che attraversavano l’OLP: si può affermare che in questo modo i palestinesi dei territori occupati entrarono in scena anche alla direzione dell’OLP. Il Partito comunista palestinese che sosteneva la condivisione della Palestina con lo Stato ebraico, proposta ritenuta eretica, sottolineava l’urgenza dell’organizzazione e della costruzione della società civile nei territori occupati. Paradossalmente in molti respinsero questa proposta temendo che la costruzione di una società civile e soprattutto di istituzioni civili potesse costituire un elemento preparatore della divisione della Palestina in due Stati. Nel 1973 la guerra dello Yom Kippur, tra Egitto e Siria da una parte e Israele da l’altra, portava quest’ultimo ad occupare il Sinai in Egitto e le alture del Golan in Siria. La guerra costituiva un momento decisivo nel panorama del Vicino Oriente portando nel 1979 l’Egitto a firmare un accordo di pace con Israele. In questo modo si poneva fine alle guerre arabo-israeliane, lasciando allo Stato ebraico la minaccia rappresentata dall’OLP. Il passo decisivo che permise alla resistenza palestinese di presentarsi come uno dei fattori insostituibili per una soluzione politica del conflitto arabo-israeliano fu compiuto nel giugno 1974 quando durante il XII Consiglio Nazionale Palestinese fu approvata una piattaforma programmatica di transizione che conferiva mandato al Consiglio Nazionale Palestinese di prendere possesso di ogni parte del territorio palestinese liberato. Era una svolta storica che non rinunciava all’obiettivo di liberare tutta la Palestina e creare uno Stato palestinese indipendente limitatamente ai territori occupati da Israele. Nell’ottobre del 1974 il vertice dei Paesi arabi, riunito a Rabat, riconosce l’OLP come unica rappresentante del popolo palestinese, promuovendola in pratica al rango di uno Stato indipendente. Nel 1982 Israele invade e occupa la parte meridionale del Libano per distruggere le basi palestinesi. Il 6 giugno 1982, esattamente quindici anni dopo la guerra dei Sei Giorni, mezzi blindati israeliani entrarono nel Libano meridionale. Il governo Begin si propose di distruggere l’apparato militare, politico e amministrativo dell’OLP puntando a spezzare i legami fra la resistenza e la Cisgiordania e Gaza bloccando ogni processo di pace. Dopo 20 anni di occupazione le condizioni di vita erano pressoché intollerabili per chi viveva nei territori occupati ed era chiaro che nessun fattore esterno poteva influire sulla situazione. La questione palestinese figurava sempre in fondo all’elenco delle priorità in occasione dei summit della Lega araba. Isolata a Tunisi la dirigenza dell’OLP era rassegnata alla perdita della patria e all’impossibilità dell’autodeterminazione dei palestinesi. L’unica scena vivace era quella dei territori occupati dove si muoveva una giovane leadership nazionale. Dal 1987 al 1992 i palestinesi cominciarono una forma di resistenza popolare chiamata “Intifada”, ovvero il risveglio. L’inizio e il diffondersi della rivolta colse di sorpresa gli israeliani compresi i vertici dell’OLP e gli osservatori internazionali. La rivolta aveva tutte le caratteristiche di una rivolta anticoloniale. Dopo un anno di rivolta nella riunione del Comitato Nazionale Palestinese, l’OLP produsse un documento intitolato “Dichiarazione di indipendenza” nel quale riprese i temi della rivolta, del destino dei rifugiati, dei confini dello Stato e del futuro di Gerusalemme. Prima che i dirigenti dell’OLP occupassero la scena la dirigenza sul campo dei territori occupati si diede avvio alla propria campagna diplomatica insediandosi all’Orient House di Gerusalemme che fu utilizzata come specie di sede governativa. Qui la dirigenza dell’Intifada mantenne contatti con diplomatici, funzionari del Dipartimento di Stato facendo ogni sforzo per presentarsi alla popolazione come un governo. Nel 1993 vengono firmati gli Accordi di Oslo ma i nodi principali restano irrisolti e rimandati a un secondo turno di negoziati come la nascita dello Stato palestinese indipendente, il rientro dei profughi e lo status di Gerusalemme. Nel 1994la Giordania firma un accordo di pace con Israele. Nelle zone che dovevano diventare il futuro Stato palestinese comincia una forma di autogoverno guidata dall’Autorità Nazionale Palestinese, presidente della quale viene eletto nel 1996 Yasser Arafat. Dopo l’entusiasmo degli accordi, la diplomazia internazionale arresta la sua pressione e israeliani e palestinesi non riescono a trovare un accordo. Gli accordi di pace, le ritrattazioni, la comparsa del terrorismo, la violenza degli stati, i ripensamenti e gli incontri non portarono a nulla. In seguito al ritiro dell’Israele dal Libano nel 2000 si apriva la seconda Intifada. Causata dell’allora candidato Premier israeliano Ariel Sharon il conflitto iniziava a calare d’intensità dopo la morte di Arafat nel 2004. Il governo israeliano guidato da Sharon nel 2005 decide di sgomberare la Strisca di Gaza occupata nel 1967 lasciando l’amministrazione del territorio ai palestinesi. In seguito alle elezioni politiche in Palestina, il 25 gennaio 2006, e la vittoria degli islamisti di Hamas il nuovo governo viene da subito boicottato da Israele e dalla comunità internazionale. Una nuova guerra tra Israele e Libano nel 2006 porta Hamas e Fatah a formare un nuovo governo di unità nazionale. Nel giugno 2007 Hamas conquista Strisca di Gaza mentre Israele dichiara Gaza un’entità nemica stringendola sotto l’embargo e impedendo l’apertura dei confini. Si trattava di un durissimo embargo che nel gennaio del 2008 costrinse Hamas a distruggere i blocchi di confine consentendo alla popolazione la via d’uscita verso l’Egitto. Dall’altra parte Israele e l’autorità palestinese di Abu Mazen e Salam Fayyad aprirono le porte ai colloqui di pace frenati dall’indisponibilità di Israele di affrontare lo status di Gerusalemme e dei profughi palestinesi. I colloqui di Annapolis finirono con una tregua che Hamas dichiarò nel giugno 2008 a Israele. Si trattava di una quasi tregua considerati gli attacchi da parte degli israeliani e delle milizie legate con Hamas. Verso la fine del 2008 i corpi israeliani compiono attacchi dentro la Striscia. Hamas decise di riprendere il lancio di razzi nell’intenzione di riaprire una nuova tregua e garantire l’apertura dei confini. Israele lancia una nuova offensiva chiamata “Piombo Fuso” che porta al bombardamento della Striscia di Gaza e la successiva invasione da parte dell’esercito israeliano. Oggi, la situazione politica non è cambiata. Si continua con le sparatorie tra i combattenti palestinesi e i militari israeliani. Forse una bella notizia pubblicata dall’organizzazione “Pace adesso” fa sognare la soluzione dei “due Stati per due Popoli”. Dall’inchiesta emerge che il 67% degli israeliani vuole la pace con i palestinesi. A contrastare tale posizione è il Parlamento israeliano che mantiene una posizione differente rispetto all’opinione pubblica israeliana.