- Motivazioni del conflitto: Guerra civile
- Storia del conflitto: La guerra in Iraq, o seconda guerra del Golfo, iniziò con l’invasione dell’Iraq da parte di una coalizione formata dagli Stati Uniti d’America, Regno Unito, Australia e Polonia con il fine di abbattimento del regime di Saddam Hussein.
- Parti in conflitto:
- Coalizione formata da USA
- Nuovo Esercito iracheno
- Milizia curda dei peshmerga
- Esercito iracheno
- Gruppi religiosi e tribali sunniti
- Terroristi collegati ad al-Qā’ida
- Storia del conflitto: Durante gli anni Ottanta i rapporti fra l'Iraq di Saddam Hussein, gli Stati Uniti, i Paesi occidentali e le monarchie arabe della regione del Golfo Persico (Arabia Saudita, Kuwait, Giordania, Qatar, ecc.) furono sostanzialmente buoni per ragioni di realpolitik. Infatti, nonostante la sua brutalità e la sua contiguità politica con l'Unione Sovietica, il regime laico instaurato dal partito Ba'th era considerato un bastione contro l'espansione del regime islamico iraniano, con cui fu in guerra dal 1980 al 1988. Nell'agosto 1990 l'invasione irachena del Kuwait spinse gli USA e i loro alleati a uno scontro frontale coll'Iraq. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite dispose sanzioni economiche e più tardi autorizzò un intervento militare se gli Iracheni non si fossero ritirati dal Kuwait entro il 15 gennaio 1991. L'Iraq ignorò l'ultimatum e al suo scadere un'ampia coalizione guidata dagli USA scacciò gli Iracheni dal Kuwait (Prima guerra del Golfo). Verso la fine degli anni '90 diversi intellettuali e politici americani, soprattutto i cosiddetti Neoconservatori, cominciarono a premere per un'invasione dell'Iraq. Molti di costoro erano vicini al Partito Repubblicano e la loro influenza crebbe enormemente con l'elezione, novembre 2000, del secondo presidente Bush. Nella nuova Amministrazione entrarono diversi fautori dell'invasione, fra cui il vicepresidente Cheney, il Segretario alla Difesa Rumsfeld e probabilmente lo stesso George Bush. Inizialmente l'Iraq venne lasciato in disparte, forse perché la relativa debolezza politica del presidente non gli permetteva di ignorare le ragioni dei "realisti", che temevano le conseguenze negative dell'invasione, rappresentati entro l'Amministrazione dal Segretario di Stato Colin Powell. Gli attentati dell'11 settembre 2001 gli permisero di uscire dall'impasse presentandosi come il presidente di una nazione già in guerra. Bush proclamò dapprima la cosiddetta “guerra al terrorismo” e poi enunciò la “dottrina della guerra preventiva” secondo la quale gli USA non avrebbero atteso gli attacchi nemici, ma avrebbero usato la propria potenza militare per prevenirli. Nonostante la campagna afghana contro i talebani non fosse conclusa, l'amministrazione Bush spostò rapidamente la propria attenzione ad altri Stati che riteneva pericolosi per la sicurezza statunitense: nel discorso sullo stato dell'Unione del gennaio 2002 Bush parlò del cosiddetto “asse del male” formato da paesi-canaglia quali Iran, Iraq e Corea del Nord, cui occorreva contrapporsi. Nella pratica, gli sforzi dell'amministrazione si indirizzarono soprattutto contro l'Iraq.Dopo alcune settimane di negoziati in seno al Consiglio gli USA ottennero l'approvazione unanime della risoluzione 1441, l’8 novembre 2002, che offriva all'Iraq un'"ultima possibilità di adempiere ai propri obblighi in materia di disarmo" e minacciava "serie conseguenze" in caso contrario, fissando una serie di scadenze entro le quali il disarmo sarebbe dovuto procedere. L'Iraq accettò la risoluzione, permettendo il ritorno degli ispettori e concedendo loro prerogative, come l'accesso illimitato ai "siti presidenziali" che aveva sempre negato. I capi degli ispettori, Hans Blix e Muhammad al-Baradeī, presentarono diversi rapporti. Nel primo di questi, il 30 gennaio 2003, Blix sostenne che l'Iraq non aveva del tutto accettato i propri obblighi, pur non ponendo ostacoli diretti alle ispezioni; al-Baradeī, capo della AIEA e incaricato della distruzione del programma nucleare sostenne che molto probabilmente l'Iraq non aveva un programma atomico degno di nota. Entrambi chiesero più tempo prima di dare un giudizio. Il 5 febbraio il segretario di Stato Usa Colin Powell cercò di convincere il Consiglio ad autorizzare l'uso della forza poiché a suo dire l'Iraq aveva ancora una volta dimostrato di non rispettare le risoluzioni Onu; nel suo discorso egli discusse le prove dell'esistenza di armi di distruzioni di massa irachene. La sua tesi fu accolta freddamente e i suoi argomenti furono considerati molto deboli. I successivi rapporti di Blix e al-Baradeī, il 14 febbraio e 7 marzo, furono più favorevoli all'Iraq, poiché parlavano di progressi, anche se diversi problemi restavano irrisolti, soprattutto nel campo delle armi chimiche: secondo Blix, sarebbero stati necessari parecchi mesi di ispezioni per venirne a capo. Questi rapporti, uniti all'annuncio francese di un probabile veto, furono deleteri per i tentativi anglo-americani di ottenere un'ulteriore risoluzione che autorizzasse esplicitamente l'invasione. Nonostante forti pressioni statunitensi: solo 4 dei 15 Stati presenti nel Consiglio (USA, Regno Unito, Spagna e Bulgaria) erano intenzionati ad approvare la risoluzione (Francia, Germania, Cina, Pakistan e Siria sembravano contrari, mentre Messico, Cile, Camerun, Angola, Guinea e Russia avevano posizioni più sfumate). La nuova risoluzione non fu quindi sottoposta al voto e Bush dichiarò che la diplomazia aveva fallito. Per quanto il presidente statunitense Bush sostenesse che la decisione di invadere l'Iraq non fosse stata ancora presa, il comando americano cominciò con largo anticipo a pianificare l'invasione, inviando grandi forze in Kuwait. Nella primavera 2002 la stampa USA descrisse i probabili piani di attacco: una campagna relativamente breve ma molto massiccia di bombardamenti aerei sarebbe stata combinata con la rapida avanzata di un esercito relativamente piccolo ma molto mobile, dotato dei più moderni mezzi. Il principale timore era che questa forza perdesse molti dei propri vantaggi se l'esercito iracheno si fosse asserragliato nelle città. Parecchi militari ritenevano quindi inadeguata sia la forza di 70.000 uomini proposta dal segretario alla difesa Donald Rumsfeld (per confronto, l'esercito che nel 1991 aveva riconquistato il Kuwait era di oltre 500.000 uomini), sia le stime che parlavano di un'occupazione di circa un anno. Alla fine gli USA e i loro alleati schierarono circa 250.000 uomini, metà dei quali marinai od aviatori. Inoltre le incursioni aeree sulle no fly zones furono intensificate: già nel settembre 2002 furono condotte incursioni che coinvolsero oltre 100 aerei. Alla fine dell'autunno le truppe americane erano pronte all'invasione, prevista nei mesi relativamente freschi dell'inverno, ma che fu ritardata di alcuni mesi dal protrarsi della controversia all'Onu (forse perché la loro presenza minacciosa aveva spinto Saddam a piegarsi alle ispezioni). La guerra iniziò la mattina del 20 marzo del 2003, poche ore dopo un ultimo rifiuto di Ṣaddām di abbandonare il potere e andare in esilio. La coalizione disponeva di un esercito di circa 260.000 uomini, cui si aggiungevano alcune decine di migliaia di componenti della milizia curda dei peshmerga. L'esercito iracheno contava invece poco meno di 400.000 uomini, di cui circa 60.000 guardie repubblicane, più circa 40.000 paramilitari dei Fedā'iyyin ?addam e ben 650.000 uomini ufficialmente parte della riserva. L'esercito iracheno era però male armato e scarsamente motivato; anche i reparti di élite della guardia repubblicana avevano mezzi piuttosto malconci (le sanzioni avevano impedito l'importazione di pezzi di ricambio). In effetti, gran parte delle unità irachene si disintegrarono prima di incontrare il nemico, per via dei bombardamenti, e dell'incompetenza o delle diserzioni dei loro comandanti. L'attacco di terra fu quasi contemporaneo a quello aereo. Poiché la Turchia aveva negato il transito alla fanteria, quasi tutte le forze della coalizione partirono dal Kuwait, anche se nel nord una brigata di paracadutisti e diverse unità di forze speciali si unirono ai peshmerga. L'avanzata fu rapida: già nella serata del 20 marzo le forze britanniche e i Marines avevano occupato il porto di Umm Qaṣr, impossessandosi dei giacimenti petroliferi del sud dell'Iraq, ed erano in prossimità di Basra (che però fu presa solo il 6 aprile); il grosso degli americani avanzò invece verso ovest e verso nord, evitando di prendere d'assalto le città salvo quando necessario per impossessarsi di ponti sul Tigri o sull'Eufrate. Gli Iracheni opposero resistenza per alcuni giorni nei pressi di Hilla e Karbala, aiutati da una tempesta di sabbia e dalla necessità americana di rifornire i propri mezzi. Tuttavia il 9 aprile, tre settimane dopo l'inizio dell'invasione, gli americani entrarono a Baghdad e le rimanenti difese irachene crollarono: il 10 aprile i Curdi entrarono a Kirkuk e infine il 15 aprile cadde anche la città natale del rais, Tikrīt. La prima conseguenza dell'invasione fu la demolizione dell'apparato statuale iracheno e lo scatenamento di una micidiale guerra civile in quasi tutto il territorio del Paese. Dopo la caduta del regime, il 9 aprile 2003, causata dall'ingresso delle truppe corazzate americane a Baghdad, iniziarono violenze dilaganti in tutto il Paese, con numerose depredazioni nella zona della capitale, specie nei palazzi presidenziali di Saddam Hussein e anche nel museo archeologico della città, da cui sparirono svariate migliaia di pezzi. A partire dal 1º maggio 2003, giorno in cui il presidente degli Stati Uniti ha proclamato la fine della guerra, le forze militari d'occupazione sono state fatte oggetto di un continuo stillicidio di attentati suicidi dinamitardi da parte di una guerriglia organizzata da radicali islamici e ex sostenitori del regime di Hussein. In un clima di forte tensione, il 30 gennaio si svolsero le elezioni per eleggere il nuovo Parlamento. Sfidando le minacce della guerriglia, otto milioni e mezzo di iracheni si recarono tuttavia alle urne. Lo scrutinio segnò la rivincita degli sciiti e dei curdi, emarginati durante il regime bathista, sulla comunità sunnita, il cui elettorato in larga parte disertò le urne. Nonostante le pressioni statunitensi e britanniche, la costituzione del nuovo governo viene più volte rimandata a causa dei disaccordi tra le varie forze politiche. Il governo finalmente si forma, sotto la guida dello sciita Nuri Kàmil al-Màliki. Per annunciare la fine della guerra in Iraq il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha scelto di essere in mezzo ai soldati americani, lontano dalle conferenze stampa di Washington, in una comune base militare della Carolina del Nord. Il discorso di Obama era atteso da settimane: il presidente democratico ostile da sempre alla guerra che annuncia la strategia d’uscita dal campo di battaglia più difficile dai tempi del Vietnam, e dopo un lungo braccio di ferro con gli ufficiali americani che lo ha costretto a rimandare di qualche mese la data annunciata in campagna elettorale, giugno 2010, portandola a fine agosto del prossimo anno. Il ritiro definitivo avverrà infatti, ben oltre l’agosto del prossimo anno, e cioè alla fine del 2011, come previsto dagli accordi con il governo di Baghdad. Sul territorio iracheno resteranno tra i 35.000 e i 50.000 soldati statunitensi, compresi i droni, gli aerei da perlustrazione senza pilota, ufficialmente per addestrare esercito e polizia e «lasciare l’Iraq alla piena responsabilità degli iracheni».