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Conflitto in Macedonia

Data inizio: 
1 Feb 2001
Data fine: 
30 Nov 2001

 

  • Motivazioni del conflitto: Guerra per l’egemonia
  • Storia del conflitto: La Repubblica di Macedonia rimase in pace durante la guerra civile jugoslava nei primi anni Novanta. Nel 1999 fu parzialmente coinvolta nella guerra del Kosovo quando molti albanesi si rifugiarono dal Kosovo nel paese. I profughi ritornarono velocemente nella loro regione alla fine della guerra, ma poco dopo, i radicali albanesi di entrambi i lati del confine presero le armi per rivendicare l'autonomia o l'indipendenza per le aree a maggioranza albanese della Repubblica.
  • Parti in conflitto:
- Repubblica di Macedonia
- Esercito di Liberazione Nazionale albanese
  • Storia del conflitto: L'8 settembre 1991 nella Repubblica Socialista di Macedonia si tenne un referendum nel quale un'ampia maggioranza dei votanti, oltre il 95,5%, votò a favore dell'indipendenza dalla Jugoslavia, mentre il 20 novembre dello stesso anno entrò in vigore la Costituzione della nuova Repubblica di Macedonia. La Repubblica venne costituita con un parlamento unicamerale, l'Assemblea Nazionale o Sobranie e un presidente eletto direttamente dal popolo, il primo presidente fu l'indipendente Kiro Gligorov, mentre il primo governo della nuova Repubblica era guidato dal Primo Ministro Branko Crvenkovski leader dell'Unione Socialdemocratica di Macedonia (SDSM) e vedeva la partecipazione all'interno della coalizione del partito albanese Partito per la Prosperità Democratica (PDP). Contrariamente a quanto avvenne per altre ex repubbliche jugoslave, nella separazione della Repubblica di Macedonia non vi furono conflitti né spargimenti di sangue. Durante l'epoca jugoslava la popolazione slava si considerava "macedone" mentre i gruppi minoritari appartenenti ad altre etnie, principalmente albanesi, mantenevano una propria identità culturale e politica. Nonostante alcuni limitati episodi di tensione tra le etnie nella prima decade di vita della nuova Repubblica non vi furono conflitti. Fino al 1998 la Macedonia venne guidata dagli ex socialisti del SDSM che evitarono che il paese fosse coinvolto in qualunque tipo di conflitto. L'Unione Socialdemocratica di Macedonia (SDSM) non andò però oltre le necessarie riforme della società e dell'economia, non affrontò il problema della criminalità locale serba ed albanese, costituita soprattutto da contrabbandieri su larga scala che agivano contro gli embarghi imposti alla Repubblica Federale di Jugoslavia. Negli anni ‘90 aumentò la pressione sul governo per l'eccessiva corruzione e questo perse la maggioranza alle elezioni parlamentari del 1998 in favore di una coalizione composta da partiti nazionalisti, l'Organizzazione Rivoluzionaria Interna Macedone-Partito Democratico per l'Unità Nazionale Macedone (VMRO-DPMNE), l'Alternativa Democratica (DA) ed il Partito Democratico Albanese (DPA) guidato da Ljubco Georgievski (VMRO-DPMNE). La nuova coalizione al governo si trovò faccia a faccia con enormi problemi e perciò perse l’appoggio popolare, specialmente con l’uscita del DA, anche se rimpiazzato dal piccolo Partito Liberale; in particolare scandali e difficoltà travolsero il governo, giudicato corrotto dal popolo, e dal SDSM. Le relazioni tra la maggioranza etnica macedone e quella albanese, già tese in precedenza, andarono peggiorando sotto il peso di questa situazione politica. Gli albanesi in Macedonia chiedevano maggiori diritti culturali e d'educazione, così come una rappresentanza nel governo, forze armate e polizia speciale. Nel frattempo bande di contrabbandieri dei paesi confinanti operavano attivamente nel paese già dagli anni ‘90, con un giro d’affari sostenuto dagli embarghi delle Nazioni Unite contro la Jugoslavia, mentre il governo del SDSM non faceva niente contro la loro attività. Le tensioni etniche vennero inasprite dalla guerra del Kosovo, che provocò l’afflusso di 250.000 albanesi kosovari in cerca di rifugio nella Repubblica, e gli episodi di violenza ed i brogli elettorali durante le elezioni presidenziali del 1999. L'Esercito di Liberazione del Kosovo (KLA) fece ripetutamente incursione oltre il confine macedone e stabilì basi e centri da cui spediva i combattenti nell'area kosovara. In breve tempo alcune bande albanesi formarono dei corpi armati propri: dovunque i boss della criminalità organizzata sentivano minacciati i propri interessi era possibile trovare uomini armati al loro servizio, dotati di armi a basso prezzo, che erano largamente presenti nella Repubblica dopo la crisi in Albania nel 1996, e la stessa guerra del Kosovo. Negli anni ’90 gli alti ufficiali del governo erano spesso coinvolti nel traffico del contrabbando verso e dal Kosovo e l'Albania, dove venivano organizzato dagli albanesi. Il contrabbando di armi verso il Kosovo aumentò durante la crisi del 1998 e nel 1999, quando le basi di smercio si trovavano in villaggi sul confine settentrionale macedone. Era largamente diffuso il contrabbando di carburante, narcotici, tabacco, schiavi bianchi e anche cioccolata, e la classe politica macedone non faceva nulla per arrestarlo proprio dietro pagamento di tangenti, rimuovendo chi osasse protestare. Nel momento in cui i percorsi di contrabbando cambiarono e gli albanesi cominciarono a muoversi contro il governo macedone, le tensioni etniche arrivarono al culmine, e l'NLA cominciò ad attuare attacchi armati contro la polizia, l’esercito e le infrastrutture pubbliche come le ferrovie. Le prime azioni da parte degli albanesi in Macedonia avvennero nel tardo 2000 e nel primo 2001, soprattutto lungo il confine macedone con il Kosovo, ormai amministrato dalle Nazioni Unite. Gli insorti agivano in maniera simile a quella osservata in Kosovo dal 1997 al 1998, cioè prendevano possesso gradualmente di un villaggio dopo l'altro. Tali azioni erano inizialmente "pacifiche", dato che la popolazione non-albanese veniva "incoraggiata", senza violenza, a lasciare tali villaggi. Ma nel gennaio-febbraio del 2001 cominciarono le azioni di combattimento contro le autorità legittime. Sulle prime il governo non fece niente contro questa situazione perché ricevette assicurazione che quel che stava succedendo non era diretto contro la Macedonia. Soddisfatti della risposta e delle tangenti, le autorità aspettarono quasi due mesi, cosicché la situazione si trovò ormai fuori da ogni controllo, e il governo fu preso di sorpresa. Nel gennaio 2001 apparve sulla scena del combattimento un gruppo armato che si faceva chiamare l'Esercito di Liberazione Nazionale (NLA), rivendicando la responsabilità degli attacchi alle forze di polizia. I leader del NLA, tra cui Ali Ahmeti e suo zio, Fazli Veliu, provenivano tutti dalla Macedonia occidentale. Affermarono di essere “tra le centinaia e le migliaia” di combattenti alle armi. Ad ogni modo, non venivano supportati da nessuno dei due partiti etnici albanesi. Il governo macedone affermò che i ribelli facevano effettivamente parte dell'Esercito di Liberazione del Kosovo (KLA) che si erano infiltrati nel paese dal Kosovo stesso. Infatti, i combattenti del NLA consideravano il Kosovo come un "porto franco" dove potevano rifugiarsi in caso di grandi azioni macedoni contro di loro. In quel periodo, le forze albanesi controllavano piccole zone della Macedonia occidentale, il restante lo controllava il Governo Macedone. Le rappresaglie macedoni non riuscirono a completare del tutto le loro operazioni contro i terroristi albanesi, perché furono bloccati nel frattempo dalle forze della NATO che ordinarono ai macedoni di cessare il fuoco così da aprirsi via libera nel salvare i rimanenti terroristi albanesi che oramai erano circondati dalle forze speciali macedoni. La Macedonia reagì con le sue unità: "Tigri" (le Tigri), i protagonisti "Lavovi" (i Leoni) e "Volci" (i Lupi) questi ultimi oggi impegnati nelle operazioni della NATO in Iraq conosciuti come "The Wolves". Dopo molti attacchi alle forze di sicurezza macedoni, i macedoni presero le strade di alcune città, attaccando e dando fuoco a negozi di proprietà di albanesi, moschee e abitazioni. Questi attacchi ebbero luogo principalmente a Tetovo, Prilep, Skopje e Bitola. I cittadini macedoni di Prilep chiesero che venissero attaccati i vicini villaggi a maggioranza albanese. Gli obiettivi di questi attacchi furono cittadini di etnia albanese. Dopo l'accordo di Ocrida i ribelli si trovarono d'accordo a cessare il fuoco a giugno, anche se ci furono altri accordi in agosto, prima di arrivare a quello finale nel gennaio 2002. Secondo l'accordo di Ocrida il governo macedone garantì che avrebbe migliorato i diritti dei cittadini di etnia albanese, cioè il 25,3 % della popolazione. Questi diritti inclusero il riconoscimento dell'albanese come lingua co-ufficiale, aumentando la partecipazione degli albanesi nelle istituzioni governative, nella polizia e nell'esercito. Inoltre il governo macedone accetto di attuare un nuovo modello di decentralizzazione. La parte albanese accettò di lasciar perdere tutte le richieste separatiste e riconobbe pienamente tutte le istituzioni macedoni. Inoltre, secondo questi accordi NLA sarebbe stato disarmato e le armi consegnate alle forze NATO. L'operazione "Essential Harvest", venne lanciata ufficialmente il 22 agosto e cominciò effettivamente il 27 agosto. Questa missione, della durata di 30 giorni, impiegava 3500 uomini, tra soldati NATO e truppe macedoni, per disarmare NLA e distruggerne le armi. Poche ore dopo che la NATO aveva concluso l'operazione, Ali Ahmeti annunciò ai giornalisti nella piazzaforte ribelle di Sipkovica che l'Esercito di Liberazione Nazione era stato ormai sciolto e che era tempo di una riconciliazione etnica. Alcuni mesi dopo il conflitto, persistevano ancora alcune provocazioni armate. Piccoli bombardamenti ed omicidi continuavano ad accadere. La provocazione più seria avvenne quando tre ufficiali della polizia macedone vennero uccisi in un'imboscata da uomini armati albanesi il 12 novembre 2001.

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Tipo di conflitto
Guerra per l'egemonia