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Conflitto in Serbia

Data inizio: 
28 Feb 1998
Data fine: 
10 Giu 1999

 

  • Motivazioni del conflitto: Guerra per l’egemonia
  • Storia del conflitto: Tra il 1998 e il 1999 continui scontri in Kosovo tra le forze di sicurezza serbo-jugoslave e l'Esercito di liberazione albanese portarono al bombardamento della NATO sulla Serbia. Gli attacchi vennero fermati da un accordo, firmato da Milošević, che prevedeva la rimozione dalla provincia di ogni forza di sicurezza, incluso esercito e polizia, rimpiazzati da un corpo speciale internazionale su mandato delle Nazioni Unite. In base all'accordo il Kosovo rimaneva sotto la sovranità formale della Repubblica federale di Jugoslavia che ufficialmente si autoproclamò indipendente il 17 febbraio 2008.  
  • Parti in conflitto:
- Repubblica Federale di Jugoslavia
- Provincia Autonoma del Kosovo
- NATO
  • Storia del conflitto: In seguito alla dissoluzione della Repubblica Federale Socialista di Jugoslavia tra il 1991 e il 1992, la Serbia insieme al Montenegro, il 27 aprile 1992 formò una nuova federazione denominata Repubblica Federale di Jugoslavia, la cui struttura e nome vennero ridefiniti nel 2003, quando divenne Unione Statale di Serbia e Montenegro. Nonostante le guerre etniche nelle vicine Croazia e Bosnia Erzegovina, il territorio della Repubblica di Serbia rimase sostanzialmente in pace fino al 1998, benché il governo di Slobodan Milošević e le istituzioni sostenessero, più o meno ufficialmente, i serbi di Croazia e di Bosnia, in guerra aperta con le altre nazionalità, armando e consigliando le loro truppe, spesso affiancate da truppe paramilitari provenienti dalla Serbia di Milošević. Lo stesso esercito federale jugoslavo, composto oramai solo da serbi e montenegrini, si rese protagonista di cruente operazioni militari in Croazia e Bosnia ed Erzegovina. Tra il 1998 e il 1999, continui scontri in Kosovo tra le forze di sicurezza serbo-jugoslave e l'Esercito di Liberazione Albanese (UÇK) portarono dapprima il Consiglio di sicurezza dell’ONU alla risoluzione “1199” con la quale si chiese l’immediato cessate il fuoco in Kosovo, ma senza alcun affetto concreto. Nel mese di ottobre la NATO emise un ordine di attivazione, concedendo a Belgrado quattro giorni per conformarsi alle sue decisioni, ossia al ritiro delle forze serbe fino ai livelli precedenti lo scoppio delle ostilità e ingresso in Kosovo di duemila osservatori dell’OSCE. Dopo nove giorni di colloqui con Milošević, il mediatore Holbrooke annunciò l’entrata degli osservatori dell’OSCE nella regione. Nel gennaio del 1999 la missione di verifica dell’OSCE denunciò il massacro nel villaggio di Račak da parte dei servizi di sicurezza serbi. Alla fine di gennaio i Ministri degli Esteri del “Gruppo di Contatto” invitarono i serbi e albanesi di trovare un accordo sull’autonomia del Kosovo. Fallite tutte le trattative il segretario generale della NATO Javier Solana ordinò l’attivazione dell’ “actord” che consentiva l’avvio dell’attacco aereo contro la Jugoslavia. Il 24 marzo 1999 iniziarono i bombardamenti della NATO sulla Serbia e durarono per 78 giorni. Gli attacchi vennero fermati da un accordo, firmato da Milošević, che prevedeva la rimozione dalla provincia di ogni forza di sicurezza, incluso esercito e polizia, rimpiazzati da un corpo speciale internazionale su mandato delle Nazioni Unite. In base all'accordo, il Kosovo rimaneva sotto la sovranità formale della Repubblica Federale di Jugoslavia. Slobodan Milošević, legittimo presidente federale, rimase al potere per circa un anno dopo il conflitto del Kosovo. In seguito alle elezioni presidenziali dell'autunno 2000, e le successive dimostrazioni popolari, fu costretto ad ammettere la sconfitta elettorale. Il 6 ottobre si insediò come presidente della Repubblica Federale di Jugoslavia Vojislav Koštunica, lo sfidante di Milošević. Con le elezioni parlamentari del gennaio 2001, Zoran Đinđić divenne primo ministro. Đinđić venne assassinato mentre era in carica a Belgrado il 12 marzo 2003, da persone vicine al crimine organizzato. Subito dopo l'assassinio venne dichiarato lo stato di emergenza e la presidente del parlamento, Nataša Mićić, assunse le funzioni di primo ministro facente funzioni. Nel 2002 il parlamento federale di Belgrado raggiunse un accordo su una ristrutturazione della Federazione, che attenuasse i legami fra Serbia e Montenegro. La Jugoslavia cessava così anche nominalmente di esistere, divenendo Unione di Serbia e Montenegro, mentre Slobodan Milošević accusato per i crimini di guerra venne consegnato al Tribunale Penale Internazionale per i Crimini nell’Ex-Jugoslavia (l'Aia) il 28 giugno 2001, nonostante la contrarietà di Koštunica e di parte dell'opinione pubblica serba. Milošević è stato trovato morto, in circostanze non ancora del tutto chiarite, nella sua cella del carcere la mattina dell'11 marzo 2006. In seguito al referendum per la piena indipendenza svoltosi il 21 maggio 2006 in Montenegro, che ha visto la vittoria di stretta misura degli indipendentisti, il Montenegro ha dichiarato la propria indipendenza il 3 giugno 2006. Anche la Serbia ha dichiarato la propria indipendenza dalla Confederazione, che evidentemente non esisteva più, due giorni dopo. Si è quindi ricostituito uno Stato nazionale serbo, come esisteva prima del 1918.

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Area geografica
Europa
  Balcani
Etnie
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Serba
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Fattori
Politici
  Egemonia
Religioni
Cristiana
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  Ortodossa
Musulmana
  Sunnita
Tipo di conflitto
Guerra per l'egemonia